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Scuola 42, la scuola che forma i geni

Ci capita spesso di parlare dell’esperienza di educazione ed insegnamento promossa da una scuola di Parigi chiamata École 42, o Scuola 42, finanziata totalmente da Xavier Niel e fondata con Nicolas Sadirac. Scuola privata non riconosciuta dallo stato francese e che non rilascia per questo diplomi di maturità, il suo motto è «born to code» e punta a formare una nuova generazione di programmatori in grado di guidare la transizione del panorama industriale francese verso l’informatica: «Formiamo solo dei geni, cioè dopo un anno questi ragazzi hanno conoscenze equivalenti a gente che ha alle spalle molti anni di studi. Chi è andato in stage aveva lo stesso livello di ingegneri con lunghi anni di esperienza».

Ne parliamo spesso proprio perché siamo di fronte ad una realtà che punta a formare giovani informatici ponendosi come uno strumento attraverso cui possano crescere ed essere totalmente indipendenti nel poter perseguire i loro ambiziosi obiettivi. Ci siamo sempre chiesti se la scuola potesse anche da noi mettersi al servizio dei nostri ragazzi, dandogli strumenti che gli permettano di vivere la loro vita, e per questo abbiamo pensato di proporre un’alternativa per tutti quei studenti che non sono soddisfatti della proposta tradizionale della scuola italiana.

Spulciando e leggendo le decine e decine di interviste che i media propongono ai fondatori di questa iniziativa, mi sono reso conto della forte vicinanza che ci accomuna, della presenza di una mission di fondo che ho deciso di analizzare secondo i nostri parametri, i tre pilastri artademici: Passione, Relazione ed Esperienza.

Passione

Nessun curriculum vitae o colloquio in cui valutare esperienze pregresse. Semplicemente una carta d’identità che testimonia di avere un’ età compresa tra i 18 ed i 28 anni, e poi creatività, passione e motivazione. Come racconta Niel in un’intervista rilasciata a corriere.it, le candidature confluiscono tutte in una “grande piscina”, dove per un mese vengono fatte lavorare per un ammontare complessivo di 450 ore; alla fine del mese diventeranno allievi della scuola coloro che avranno dimostrato di saper “nuotare meglio”. Si propongono tanti ragazzi in gamba, delusi dalla scuola ma con l’intenzione di prendere in mano la loro vita, sapendo che verranno giudicati solo ed esclusivamente da quello che saranno in grado di dare e di dimostrare.

Relazione

Aperta 24 ore su 24 per tutto l’anno. I ragazzi vengono quando vogliono all’ora che vogliono, avendo anche la possibilità di dormire o di farsi la doccia. Hanno un certo numero di progetti da consegnare, una volta che hanno finito il loro progetto fanno uno stage in azienda. È un lavoro molto intensivo, ma vanno alla velocità che vogliono. Non ci sono insegnanti o esami, il sistema di valutazione è peer to peer, cioè il lavoro viene valutato dai compagni, allo stesso livello, e l’allievo non si sente dominato da chi emette il giudizio. Sadirac dichiara: «Vogliamo che imparino a cavarsela. Non insegniamo delle nozioni, dei saperi formali, ma il metodo, la fiducia in se stessi, la collaborazione, trovare sempre qualcuno con cui potere lavorare…qui per avanzare si è obbligati a collaborare, a lavorare insieme».

Esperienza

Come detto precedentemente, il forte rapporto tra ambito scolastico e mondo del lavoro si concretizza nell’esperienza dello stage al termine del progetto dello studente. L’idea di poter imparare attraverso un’esperienza reale, d’azienda e concreta, deriva da una riflessione che Sadirac ha capito durante il periodo in cui era insegnante di informatica presso la scuola privata Epita: «Tenevo un corso che si chiamava ottimizzazione di performance: e nessuno degli studenti capiva assolutamente nulla. Era una cosa sul calcolo delle probabilità. Poi un giorno arrivano delle persone di Carrefour, che avevano bisogno in pochissimo tempo di un software per ottimizzare la gestione delle casse, per velocizzare le file. Io pensavo che non ce l’avremmo mai fatta, e invece gli studenti, che pensavo totalmente schiappe, risolvono il problema. Serve un progetto, le interrogazioni non servono a niente, e neanche i compiti in classe. Capii che agli studenti serviva qualcosa di utile e concreto. Prendono fiducia in loro stessi, si responsabilizzano, vedono che il loro studio serve a qualcosa di concreto».

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