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Educare… a cosa?

Educare… a cosa?

Questa mattina ho parlato di coraggio e di paura, ne ho parlato in una conferenza sui bisogni dei minori.

Ho poi acceso la radio, nel ritorno verso casa, e sono stata investita da un’ondata di notizie terribili che hanno acceso la mia di paura.

Mi hanno paralizzata in un attimo, ed il mio pensiero è andato a tutti i bambini ed i ragazzi che sono schiacciati dalla paura personale, la paura familiare e quella collettiva, ed ho riflettuto.

Quale deve essere il compito di chi si occupa di educazione? Qual è la nuova sfida educativa? Forse la solita di sempre. Dire ai ragazzi che non sono soli. Noi ci siamo. Siamo accanto a loro non solo per puntare il dito o fare raccomandazioni, ma per accompagnarli ad un sapere più profondo. Per aiutarli a fidarsi della vita, della gente, di sé stessi, senza però diventare sordi o ciechi.

Mai come in questo momento mi sono sentita affaticata nel mantenere l’equilibrio tra le mille diverse richieste, i rischi, le speranze, i progetti. Mi sento su un filo sospesa nel vuoto, e sento la fune oscillare ad ogni passo.

Sarebbe bello pensare che fare educazione significhi leggere un decreto, ma non è così.

Beati coloro che pensano di avere un sano senso civico e di essere buoni educatori applicando un decreto.

Educare penso significhi mettere al centro il benessere psicofisico dei bambini o dei ragazzi e delle loro famiglie (ed il benessere psicofisico è un filino più complicato da gestire…) ed accompagnarli a prendere in mano la propria vita. Educare significa aiutare a spolverare gli strumenti individuali, a comprendere cosa farcene, perché solo se centrati e sereni saremo in grado di fare cose meravigliose per noi e per gli altri.

Con terrore continuo a sentire educatori ed insegnanti che riferiscono che i bambini ed i ragazzi stanno vivendo benissimo e con indifferenza le restrizioni, la mascherina, il divieto di toccarsi. Li ascolto con terrore perché mi chiedo come sia possibile che chi si occupa di minori si fermi all’apparenza. Se siamo negativi al tampone e non urliamo la nostra disperazione allora va tutto bene.

Poi però ci sono le ulcere, le dermatiti, le coliti, gli attacchi di panico, le esplosioni emotive, le chiusure, la rabbia per un nonnulla…le mestruazioni anticipate e quelle bloccate, i tic…

Il clima di terrore che stiamo vivendo ci sta mangiando dentro e molte delle manovre di emergenza hanno causato nei minori ferite che ci metteranno anni a medicare.

Perché siamo diventati così ciechi? Abbiamo smesso di farci domande? Abbiamo mandato al macero anni, a volte secoli, di ricerca che ci dice che la paura ci fa ammalare, che il contatto fisico, la condivisione, il calore ci guarisce ed innalza le nostre difese immunitarie?

Facciamo finta di non sapere che se il virus lo posso riconoscere dal risultato di un tampone positivo, centinaia di altre patologie hanno la porta spalancata se sono spaventato e se la mia qualità di vita è scadente?

Non sono intuizioni, non solo. Non possiamo più far finta che non ci siano dati a supporto di questo.

Davvero l’unica cosa importante è non contrarre il virus? Fa niente se siamo morti dentro? Fa niente se una percentuale enorme di bambini non riesce più a dormire? O ad uscire di casa? Chi se ne importa se qualcuno si taglia per dar forma al dolore, o si spegne per rifugiarsi nel luogo più oscuro di sè? Io li vedo tutti i giorni e ne respiro il dolore.

Mi chiedo se l’attenzione al corpo psichico non sia stata allora solo una moda per gente annoiata.

Chi ha vissuto un disagio psichico sa di cosa stiamo parlando; a volte si desidera non esistere o, usando un termine più d’effetto, morire. Morire come le centinaia di persone che sono morte sole senza poter avere accanto i propri cari. Cosa o chi abbiamo tutelato in quel caso?

Che bello sarebbe limitarsi al virus! Leggo il decreto e lo applico senza fare differenze, senza problemi, senza nessuno che mi dica che quello che faccio forse non è educativo…

Leggo il decreto e tolgo tutto ai nostri bambini e ragazzi!

Tolgo il calore, la possibilità di esprimersi e comunicare con le espressioni (lo sappiamo che le parole rappresentano solo il 7% della comunicazione?) Tolgo la libertà di condividere e di imparare che le mie matite sono più belle se le usiamo in due.

Vedete…il corpo psichico è molto potente, ma un po’ fesso. Se gli ripeto in continuazione che mi ammalerò, mi ubbidirà senza farsi domande e mi porterà verso il contagio. Se gli metto una cosa sulla bocca che mi fa fare fatica a respirare ed a parlare, penserà di aver perso la libertà, non si esprimerà più con i sorrisi o le labbra strette. Lì sotto sarà tutto immobile. Se smettiamo di  sorridere si convincerà che non ci sia nulla per cui essere felici e abbasserà la nostra produzione di serotonina…cioè di felicità…cioè di salute.

Ma se allora ce ne fregassimo? Se, letto il decreto, dicessimo che non è vero niente e che dobbiamo fare tutto come ci pare, senza nessuna attenzione particolare?

Sarebbe la stessa cosa! Nel primo caso educhiamo ad una cieca obbedienza, nel secondo caso ad una cieca opposizione.

Io voglio educare al rispetto.

Questo rende tutto più complicato.

Il rispetto per quello che ci coinvolge direttamente è sempre più facile da comprendere…ma i bisogni degli altri? Quelli così diversi dai nostri?

Io voglio educare al rispetto.

Rispetto di sé e dell’altro.

Rispetto per chi è spaventato dai contagi, per chi è a rischio, per chi si sente più sicuro con tutte le precauzioni. E allora stiamo all’aperto, offriamo cibi sani, facciamo movimento, ridiamo a crepapelle, divertiamoci, disinfettiamo oggetti, ambienti e superfici, proviamo la temperatura agli adulti che ci girano intorno e chiediamo attenzione per chi e cosa frequentano.

Rispetto per chi è spaventato, purtroppo spesso già traumatizzato, dalle mascherine, dal clima pesante, dai discorsi che ruotano solo intorno alla pandemia. Rispetto per tutti quei bambini e ragazzi che hanno perso il sonno e non riescono più a conquistare la fiducia sociale. E allora creiamo delle situazioni dove non sia necessaria la mascherina, stiamo all’aperto, arieggiamo i luoghi, parliamo delle migliaia di cose belle che avvengono tutti i giorni, non sgridiamoli se istintivamente si prestano la matita o se in un momento di entusiasmo si abbracciano. Noi non siamo onnipotenti. Il controllo non aiuta la comprensione. Fuori i bambini, i ragazzi, si incontrano, si toccano, si spingono, giocano, ridono, si costruiscono un’identità e chiedergli di non farlo è ipocrita. Gli stiamo chiedendo solo di non farlo davanti a noi. Facile…quasi come limitarsi a leggere un decreto.

Allora il divieto di stare vicini che si impone a scuola è una finta, come direbbero loro. Ogni volta che potranno, loro si toccheranno. Il divieto quindi serve solo a toglierci la responsabilità…”io avevo avvisato!”

Facile…ma non utile.

Prendiamoci la responsabilità di camminar su questa fune sospesa nel vuoto. Prendiamoci la responsabilità di educare al rispetto. Rispettiamo le fatiche di ognuno, pro o contro, senza svalutare la sofferenza di nessuno. Prendiamoci la responsabilità di attingere direttamente ai dati disponibili e di fare noi i calcoli, le medie, i confronti…

Prendiamoci la responsabilità di comunicare ai bambini e ai ragazzi le informazioni positive. Per 10 persone su 100 contagiate ce ne sono 90 sane. Diamole queste informazioni.

Prendiamoci la responsabilità di incoraggiarli alla fiducia e chissà che, come diceva Jodorowsky, non avvenga un atto psicomagico che vincerà il virus.

 

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